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petazzi musementmusement by tui sep18 lowE' già considerata la più importante exit del settore tech travel italiano nell’ultimo decennio, l’acquisizione di Musement da parte dei tedeschi di TUI Travel Plc, che la spiega così ai suoi azionisti. Di Musement, insieme a tre soci e amici di vecchia data, Alessandro Petazzi è fondatore e CEO. Poco più che quarantenne, milanese, bocconiano, una solida esperienza nella squadra di Silvio Scaglia in e.biscom/ Fastweb, dal 2013 si dedica a Musement. Tre domande e tre risposte, che mettono in luce un po’ di “dietro le quinte”.

Domanda - Sia sincero: quando avete fondato Musement sapevate già che sarebbe finita così, vero? Exit significa IPO o vendita: quanto tempo vi eravate dati, Lei e i suoi soci, nel 2013? R Se intende dire che Musement non è il tipo di azienda che si fonda per lasciarla ai figli (posto che abbia senso lasciare le aziende ai figli), è vero. Di sicuro però non siamo partiti avendo in mente uno sbocco preciso. Siamo partiti per creare un’azienda che potesse crescere rapidamente, essere presente in tutto il mondo, puntare in tempi ragionevoli all’utile, convinti che questo ci avrebbe dato varie opzioni, dalla quotazione alla vendita a un partner strategico, come poi è stato. Se quel che hai creato ha un valore effettivo e riconosciuto, il resto viene di conseguenza. Con il senno di poi, per noi il deal con TUI è sicuramente meglio rispetto a un IPO: la quotazione immette risorse finanziarie, TUI oltre a quello ci mette 20 milioni di clienti/anno, un brand fortissimo nel Nord Europa e non solo, operazioni on ground in 50 Paesi… Tutti asset che ci aiuteranno a crescere molto più in fretta che non i solo denari. Quando siamo partiti sapevamo che nelle Internet companies di successo in genere si verifica un cosiddetto “liquidity event” importante entro i 7 anni: ci eravamo dati come orizzonte il 2020, direi che ci siamo.

D-Lei ha contribuito a far finanziare Musement con circa 15 milioni di euro in due round d’investimento (2013 e 2016): qual è stata la cosa più difficile da far capire, del business model di Musement, agli investitori? RIn realtà il business model è semplice e da quando ha iniziato a generare volumi è stato facilmente compreso e apprezzato dagli investitori, per lo meno quelli che ci hanno supportato in questi anni (360CP, P101, Micheli in primis). Due sono le principali differenze nel parlare con TUI o con un investitore finanziario: primo, la diversa importanza data ai round di investimento dei competitor (molti Venture Capital considerano rischioso investire in un’azienda che opera in un settore in cui altre aziende hanno raccolto più capitali; per un soggetto come TUI questo è indifferente, visto che la liquidità a sua disposizione è infinitamente superiore anche a quella dei round più importanti), Secondo, il diverso peso dato agli asset industriali (tecnologici, di prodotto/offerta e di team) di un’azienda: fondamentali per un player industriale, irrilevanti per un VC, a meno che non si siano già trasformati in ricavi e margini. Per questo a volte i VC preferiscono investire in aziende che hanno più clienti (anche solo perché hanno speso molto di più in pubblicità) rispetto ad altre che hanno investito per costruire asset che producono valore nel tempo. La differenza è invece molto chiara a un player industriale.

D - TUI dispone già di una divisione che si occupa di “esperienze”, cioè “TUI Destination Experiences”, quindi il business lo conosce già. Cos’ha Musement che il colosso TUI non poteva farsi in casa da sola? R Beh, lo spiegano loro stessi. In sintesi acquisiscono: la nostra tecnologia, che useranno come base per la vendita digitale di tutte le esperienze (sia quelle fornite da loro che quelle fornite da noi); il prodotto “activities per city breaks” per il quale abbiamo quasi 40.000 prodotti (mentre loro sono fortissimi su sun&beach, che a noi manca); un team di 130 persone che nasce “full digital” a differenza del loro e che possono usare per essere le loro “special operations” in campo digitale. Anche per questo ci lasciano autonomi e ci danno le risorse per crescere come Musement: hanno capito che non ha senso acquisire un’azienda per poi provare a cambiare la ‘formula magica’ che ha reso l’acquisizione interessante all'origine".