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dalfonso-franco.jpgdolce-gabbana.jpg “È lui o non è lui? Cerrrrto che è lui!” avrebbe detto Ezio Greggio a Striscia la notizia. È Franco D’Alfonso l’autore del J'Accuse contro Dolce & Gabbana “Non bisognerebbe concedere spazi simbolo di Milano a personaggi famosi e marchi vip che hanno rimediato condanne per fatti particolarmente odiosi, in questo momento di crisi economica, come l'evasione fiscale”. D&G l’hanno presa male, hanno inveito via Twitter contro il Comune di Milano e reagito con la chiusura dei propri negozi milanesi (“chiuso per indignazione”, il cartello esposto in vetrina, ha fatto il giro del mondo). D’Alfonso è uno che non le manda a dire. 57 anni, laureato in legge, figlio di Gianni (decano degli ex consiglieri regionali lombardi del Partito Socialista), manager Fininvest a inizio anni ’90, nel 1996 trova due miliardi di vecchie lire per dare la scalata a Five Viaggi e Bonomi & Pagani, poi BOPA, cedutegli da Silvio Berlusconi, da non molto disceso in campo. Unite alla sua Lifeco gli consentono di farsi un nome in ambito turistico. Nel 1998 esce da Fininvest e si mette in proprio, organizzando call center e biglietterie elettroniche e aprendo sedi BOPA in varie città d’Italia. Partito in maniera arrembante, D’Alfonso incontra qualche difficoltà: dopo una vantaggiosa joint venture con Ferrovie dello Stato per le Agenzie 365 nelle stazioni ferroviarie (cedute a Maccorp Italiana Spa), viene travolto dal fiasco BGB BOPA Grandi Biglietterie, finito con vertenze sindacali e licenziamenti. Era il 2003 e D’Alfonso esce mestamente dal turismo. Nel 2011 a Milano si elegge il sindaco e il redivivo D’Alfonso è coordinatore e organizzatore della Lista Milano Civica per Pisapia, che diventa sindaco e lo nomina Assessore al Commercio, Attività produttive, Turismo, Marketing territoriale e Servizi Civici del Comune di Milano. En passant, pochi giorni prima D’Alfonso era diventato amm.re unico di BOPA (!) Service Srl, della quale è proprietario all’80% tramite una società controllata, in liquidazione. Secondo il Corriere, D’Alfonso “È il ‘retropensiero’ della giunta  Pisapia (o almeno di una parte della giunta, sindaco in testa). Quello che non si può dire pubblicamente, ma che è pensato privatamente”. Da BOPA Grandi Biglietterie a maître à penser del sindaco di Milano, chi l’avrebbe mai detto.

 

bray_massimo.jpgErnesto Galli della Loggia è storico e notista politico del Corriere della Sera: il 28 aprile 2013, giorno dell’insediamento del governo Letta, ha pubblicato un tagliente giudizio su Massimo Bray, neo-ministro dei Beni Culturali e del Turismo. Il titolo esprime bene il concetto “Bray, il Ministro Sconosciuto. La Cultura Ostaggio del Potere” e merita di essere riportato per esteso.

 

 

«Bray» - «Chi?» - «Bray, Massimo Bray» - «Ahh». Deve essere stato più o meno questo lo scambio di battute risuonato nelle più diverse sedi a sentire il nome del nuovo ministro dei Beni e delle attività culturali (in foto) del governo Letta. Il nome per l'appunto di uno sconosciuto. Sconosciuto alla politica (si tratta di un neoeletto deputato Pd) e sconosciuto alla cultura, se con questa parola s'intende qualcosa comunque legato a un'originale creatività e competenza intellettuali. Il nostro, infatti, più che vantarsi di essere direttore editoriale dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana e presidente del consiglio d'amministrazione della Fondazione «La notte della taranta» per la promozione della «pizzica» salentina, più di questo, dicevo, non può. Dal momento che fino a prova contraria, la nascita nei feudi elettorali dell'on. D'Alema (Bray è di Lecce), e la carica di direttore responsabile della rivista Italiani/Europei sponsorizzata sempre da D'Alema, ancora non costituiscono un particolare titolo di merito culturale. Ma mentre nessuno avrebbe mai osato nominare, chessó, all'Economia o all'Istruzione, un illustre sconosciuto, o qualcuno dalle competenze inesistenti, per i Beni culturali, per la cultura, invece si è potuto benissimo. È bastato che così abbia voluto il ras politico, il capo di una corrente del Pd, celata, come oggi si usa, dietro il nome pudico di Fondazione. Che un Paese come l'Italia - con il suo immenso patrimonio artistico d'ogni tipo, con il rapporto che la sua identità storica ha con la cultura, con ciò che l'uno e l'altra rappresentano ancora oggi per la sua immagine nel mondo - ebbene, che un simile Paese affidi tutto questo alle cure di un ignoto volenteroso (speriamo), a ciò destinato per esclusiva opera dei più bassi calcoli di potere correntizio, è cosa inaccettabile. Destinata a segnare un distacco ulteriore tra il Paese che pensa e che sente, e la politica. Francamente non pensavamo che fosse questa l'Italia di Enrico Letta.

© Corriere della Sera

 

michael_moritz.jpglogo-yahoo.gif“Quando, nel 1995, mi chiesero di finanziare lo start-up di Yahoo! ci pensai su: i due universitari che avevano avuto l’idea, Jerry Yang e David Filo, mi erano simpatici e l’idea di una directory di siti mi piaceva, ma soprattutto mi garbava il nome. Va bene, risposi, ecco i soldi, ma a condizione che manteniate il nome Yahoo!”  Con due milioni di dollari a disposizione, Yahoo! è diventato uno dei maggiori successi della storia del web. Il finanziatore, innamorato del nome molto cool, era Michael Moritz, uno dei più famosi e ricchi venture-capitalist del mondo, che con Sequoia Capital ha finanziato anche PayPal, Google, Apple, Cisco, YouTube“Sequoia decide di investire in una moltitudine di progetti reputati interessanti di cui solo una minima parte diventa famosa: quei pochi che ce la fanno coprono le spese di tutti gli altri che non usciranno mai dall’anonimato. Non esiste una ratio che permette di giudicare se effettivamente il Google della situazione o la PayPal del caso avranno successo: sono aziende e innovazioni talmente potenti che non si possono giudicare con i numeri…” chiarisce Mr Moritz. networkn-loghetto.gif ha un messaggio per lui: “Dear Mr Moritz, in Italia la fantasia non ci manca e anche a noi non piace essere giudicati con i numeri. Venga a trovarci, che abbiamo da proporLe un paio di business turistici, con dei bei nomi, ai quali farebbero comodo un paio di milioni di euro..."

 

exito-logo.jpgguglielmo-isoardi.jpgHa fatto scalpore, il comunicato stampa diffuso da Exito lo scorso 29 novembre: sia perché la società che fa capo a Guglielmo Isoardi comunica con piemontese (e quindi infrequente) understatement, sia perché esprimeva una posizione molto netta sulle varie reti partecipate. “Dopo una fase di avvicinamento” spiega Isoardi a TTG Italia “ci siamo resi conto della necessità di una maggiore snellezza e rapidità esecutiva, quindi era fondamentale mantenere forti le individualità delle varie reti”. Da cui consegue l’avviato processo d’integrazione tra Bravo Net e HP Vacanze Network; la confluenza di Marsupio, Fespit e delle agenzie leisure HRG in un network a marchio unico; la strategia di sviluppo di G40 come rete indipendente. “Il 2010 si conclude con risultati positivi da parte di ogni network partecipato, tenuto conto dell’andamento del mercato. L’obiettivo per il 2011 non è la crescita in termini di affiliazioni, ma la ricerca di sinergie tra network e agenzie affiliate, e di strategie comuni tra network e t.o.".

 

stelios_easypizza.jpg“Our relationship with travel agencies is easy: they hate us, we hate them” ovvero “Le agenzie di viaggi ci odiano, noi odiamo le agenzie di viaggi” dichiarava con malcelata soddisfazione il fondatore di easyJet, l’anglo-cipriota Stelios  Hagi-Joannou. Era il 1999 e Stelios, poco più che trentenne, paventava la disintermediazione  e si gettava nel nascente business delle compagnie aeree low-cost, dove avrebbe mietuto successi. Oggi Stelios, che preferisce esser chiamato con il nome proprio, si occupa di crociere low-cost, pizza a domicilio low-cost, hotel low-cost e forse le agenzie di viaggi non le odia più. Anche perché i suoi voli easyJet li vendono volentieri, con tanto di fee fatte pagare al cliente.