Chi è Roberto Gentile

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L’EDITORIALE DI ROBERTO GENTILE

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CHI VA E CHI VIENE

IL NETWORK DEL MESE

L’AGENZIA DEL MESE

whatsup439 qMi occupo di risorse umane da 40 anni: ho iniziato selezionando animatori per le vacanze studio in Inghilterra (anni ’80), poi assumendo assistenti all’estero per Alpitour e Ventaglio (anni ’90), quindi cercando imprenditori per aprire agenzie di viaggi in franchising (anni 2000) e infine mettendomi in proprio per trovare quadri e dirigenti (da 15 anni, come head-hunter per SAGE Executive Search). Sempre, rigorosamente, in ambito turistico. Per decenni, gli step fondamentali per passare dallo stato di “candidato” (la massa) a quello di “assunto” (l’eletto) erano sempre e solo due: CV e colloquio personale. È grazie alla capacità - appresa sul campo - di leggere dietro le righe di un CV e di saper interpretare il non-detto di un colloquio che ho accompagnato centinaia di manager in azienda, quasi sempre con successo. Quasi sempre, quando le cose non funzionavano, la colpa era dell’azienda, non del candidato.

Ora è tutto nuovo, per tre motivi:

1. Perché ci sono internet e i social, ma è sempre la persona a contare

Secondo alcuni colleghi, il curriculum vitae è morto, ma non è vero, perché il profilo su LinkedIn (imprescindibile, l’ho già scritto) non è altro che la versione “potenziata” del vecchio CV. Il colloquio è insostituibile e io sono della vecchia guardia: le call a distanza mi fanno ribrezzo, io non intervisto candidati che sopra vestono giacca e camicia, e sotto - probabilmente - sono in ciabatte. Il (futuro) manager voglio vederlo in faccia, fargli domande difficili, studiare la sua prossemica. Non conosco azienda - e ne conosco... - che assuma un candidato “importante” senza aver spulciato il suo CV e avergli fatto uno, o spesso, più colloqui. Quindi, con il web sono cambiati i canali, ma non la sostanza. Per ora, almeno. Quando a selezionare quadri e dirigenti - bravi - saranno Codex e Claude Code, ovvero l’AI agentica di OpenAI e Anthropic, io avrò smesso di lavorare.

2. Il percorso di carriera è cambiato, per sempre

Anni fa, chi entrava in azienda voleva “fare carriera”, ovvero crescere di ruolo, avere più responsabilità, guadagnare di più. Per decenni, l’impiegato entrato come Fantozzi aspirava alla poltrona in pelle umana del mega direttore galattico. Non tutti/e, ovviamente, ma chi puntava a fare il manager sì. Non più. “I percorsi professionali sono sempre meno lineari - ha dichiarato un manager di LinkedIn al recente Festival dell’Economia di Trento - Non è detto che inizino con l’entrata in stage, per poi passare a ruoli junior e senior, anzi...”. Sia perché le startup non c’erano e oggi tanti giovani entrano per quel tramite nel mondo del lavoro. Sia perché è nata una nuova generazione di professionisti, che potremmo definire “nomadi del valore”. Sono giovani che non cercano il posto fisso per la vita, ma vedono lo spostamento e il cambiamento continuo come una precondizione per crescere. L’obiettivo non è contare di più, guadagnare di più e - neanche - lavorare di più. Per Gen Z e Alpha il work life balance (l’ho scritto) è il timone che guiderà la loro vita professionale, lavorare meglio (non meno) e presidiare valori come la famiglia, la cultura, il tempo libero.

3. Non contano più (solo) i numeri, ma tendenze e previsioni

Un neo-assunto in una catena alberghiere o in una compagnia aerea si occupa, spesso, di gestione delle prenotazioni e ottimizzazione delle tariffe. Non a caso, yield e revenue manager sono tra i ruoli più ricercati (e meglio pagati). Chi cresce impara a non subire i dati sui flussi, ma a masticarli per anticipare le tendenze dei viaggiatori. Ai vertici, questa dote si trasforma nella capacità di ridisegnare i modelli commerciali e catturare nuovi mercati. Lo testimonia Costa Crociere: “L’85% del trade indica la coerenza esperienziale come elemento chiave nella scelta di un itinerario e l’intenzione di prenotazione sui nuovi concept cresce del 5%”. Si sceglie la crociera a Gran Canaria per fare l’esperienza col cammello sulle dune di Maspalomas, non per visitare Las Palmas. Lo conferma il direttore del Censis Massimiliano Valerii, sempre a Trento: “Nel 2025 musei e mostre sono stati visitati dal 33,6% degli italiani, siti archeologici e monumenti dal 31%, 1 italiano su 10 ha assistito a un concerto di musica classica o all’opera. L’offerta culturale diventa sempre più un dispositivo esperienziale”.

Conta chi prevede e anticipa, con le esperienze al posto delle destinazioni.

Quindi, premesso che (LinkedIn cit.) “le competenze richieste dal mercato sono già cambiate del 38% dal 2016 e si prevede che questa percentuale arriverà al 70% entro il 2030, trainata dalle nuove skills AI” chi seleziona la futura classe dirigente del turismo ha una via maestra: inutile passare il tempo a cercare hard-skill e competenze consolidate, la sfida è scovare leader capaci di tracciare la rotta ancor prima che il mercato si sia mosso.

 

whatsup438 qLe notizie vanno lette insieme: Giovanni Tamburi, azionista di riferimento di Alpitour col fondo TIP, rinvia la quotazione in Borsa del t.o. al 2027 o dopo. Il colosso USA degli affitti brevi Airbnb partecipa come capofila a un round di finanziamento da 58 milioni di dollari a favore di WeRoad, t.o. fondato da Paolo De Nadai nel 2017.

Entrando nel dettaglio, la dichiarazione di Tamburi a Radiocor/Il Sole 24 Ore: “Abbiamo rimandato i tempi dell'Ipo, o di altre cose, perché con questa situazione il mercato del turismo sta un po' soffrendo: niente di serio, ma dobbiamo prenderci del tempo” conferma che l’unica exit prevista per l’investimento risalente al 2017 è la quotazione sulla Borsa di Milano. L’alternativa - ovvero la cessione a terzi, di estrazione finanziaria o industriale - era stata tentata nel 2023, con l’ausilio di Goldman Sachs, ma abbandonata l’anno dopo, perché Tamburi non aveva ricevuto offerte coerenti con le sue aspettative (si parlava di € 1,3-1,4 miliardi).

La milanese WeRoad è ormai una ex start up, visto che ha quasi 10 anni di vita, nel 2025 ha generato ricavi per 130 milioni di euro (+30% rispetto ai 100 milioni del 2024) e dalla fondazione ha fatto viaggiare 300mila persone. Il modello di business è chiaro (e originale): far viaggiare Millennials e Gen Z non per destinazione (che non è la priorità), ma per appartenenza, perché WeRoad organizza viaggi per piccoli gruppi di persone affini per età e interessi, quindi per community. La destinazione di maggior successo, l’Islanda, è quanto di più lontano esista da mete mass-market come Sharm El Shiekh o le capitali europee.

Tre riflessioni, ovviamente personali e quindi opinabili:

1. Conta il modello, non i ricavi o gli utili - Nel 2025 Alpitour “ha fatturato 2,3 miliardi di euro di ricavi e prodotto 162 milioni di Ebitda, con una marginalità industriale del 7%, risultato assolutamente rilevante per il comparto turistico europeo” testimonia l’acuto commercialista Giulio Benedetti. Non si sa se e quanti utili generino i 130 milioni di WeRoad, ma tutti noi addetti ai lavori sappiamo che la sua crescita ha comportato costi enormi e quindi - finora - non ha certo premiato gli azionisti (tra i quali H14 SpA, holding di investimento dei fratelli minori Berlusconi). Però Airbnb ha l’occhio lungo, ha apprezzato il modello “comunitario” di WeRoad e ora intende replicarlo negli USA.

2. Il tour operating tradizionale va rifondato, oppure... - Vale anche all’estero, dove il tedesco Gruppo TUI - di gran lunga il maggior t.o. europeo, tra i leader mondiali - è reduce da anni difficili e l’andamento del titolo sulla Borsa di Francoforte (in calo, dal 2022 a oggi) lo testimonia. L’integrazione verticale - ovvero la somma di industria e distribuzione, in auge per molti anni, dal secolo scorso agli anni ’10 - è caduta sotto i colpi della disintermediazione, sia delle piattaforme - Expedia, Booking, Airbnb - che delle singole agenzie di viaggi, che da noi campano ormai di 74-ter. Tour operating italiano da ripensare, quindi: vale sia per i grandi che per i medio-piccoli, come i saggi fondatori - spesso ospiti di questa testata - sanno bene.

3. Si può integrare una startup in un t.o. tradizionale? No - Affermazione un po’ tranchant, ma provata dai fatti, perché alcuni t.o. italiani han pensato di prendere una startup turistica (magari più economica di WeRoad...), portarla in casa e provare a fondere i due modelli: col tradizionale coprire Generazione X, Boomers e non-digitali; con l’innovativo acchiappare Millennials, Gen Z e digitali trasversali. Ma se il capo ha 50 anni e più, e soprattutto non è nativo digitale, come può interagire con gente che non sa com’era il mondo, prima di Instagram, TikTok e Twitch (FB è roba da vecchi)?! Ognuno per la sua strada, quindi. Tra 10 anni vedremo chi ci sarà ancora.

 

whatsup433 qSiccome dal 28 febbraio 2026 (eliminazione di Ali Khamenei) non si parla d’altro e i profeti di sventura imperversano (turismo in crisi, Medio Oriente in fiamme, Dubai e limitrofe perdute) vi spiego perché anche la guerra in Iran finirà come tutte le altre crisi: ritorno alla normalità entro un anno, o poco più.

Ho chiesto a Copilot di consultare fonti affidabili (UNWTO, IATA, società di consulenza tipo McKinsey e BCG ecc.) e di dirmi esattamente in quanto tempo il mercato turistico mondiale (arrivi, presenze, voli aerei) si è ripreso OGNI VOLTA dopo alcune crisi globali che io stesso ho indicato (escludendo le più recenti, tipo Ucraina, perché irrisolte). L’AI di Microsoft mi ha risposto che il turismo mondiale, dopo grandi shock, tende a riprendersi in 1-3 anni, 3-4 solo per Covid, in dettaglio:   
guerra del Golfo 1991: calo breve, arrivi e voli tornano ai livelli pre-crisi in circa 1 anno
11/9 2001: shock forte su voli e arrivi USA, ma recupero globale in circa 2 anni (entro 2003)
SARS 2003: impatto soprattutto Asia, rimbalzo di arrivi e traffico aereo in circa 1 anno (2004)
tsunami 2004: crisi regionale, con molte destinazioni tornate ai volumi pre-evento in 1-2 anni
crisi Lehman 2008: calo 2009, recupero di arrivi e RPK a livelli 2008 in circa 2-3 anni (2011)
Eyjafjallajökull 2010: blocco voli di poche settimane, recupero completo in meno di 1 anno
Covid 2020/21: crollo storico; arrivi e voli tornano vicino ai livelli 2019 in circa 3-4 anni (2023-24)
E perché il turismo recupera in così poco tempo? Sempre Copilot:
Il turismo è un settore estremamente elastico:
domanda latente altissima: le persone vogliono viaggiare e rimandano, non rinunciano
cicli di prenotazione brevi: a differenza di auto o immobili, l’acquisto di un viaggio può essere deciso in settimane
capacità di trasporto flessibile: le compagnie aeree possono ridurre/aumentare capacità rapidamente
politiche pubbliche reattive: incentivi, campagne, riaperture accelerate
Per crisi brevi e localizzate (Golfo, SARS, tsunami, vulcano) la domanda rimbalza in circa 1 anno. Per crisi globali o economiche (11/9, Lehman) servono 2–3 anni per ricostruire fiducia e capacità di spesa.
Infine, perché per il Covid ci è voluto di più?
In effetti la ripresa del traffico mondiale ai livelli 2019 ha richiesto 3–4 anni, il doppio rispetto alle crisi precedenti, a causa di:
restrizioni ai confini senza precedenti: oltre 190 Paesi hanno chiuso o limitato ingressi
crollo simultaneo di domanda e offerta: compagnie aeree a terra, hotel chiusi
durata lunga: non settimane o mesi, ma due anni di interruzioni
shock sanitario globale: paura del contagio, protocolli complessi, quarantene
ripresa asimmetrica: l’Asia ha riaperto molto tempo dopo Europa e Americhe
Grazie, Copilot! Le conclusioni del 2026 le traggo io: 
• quella in Medio Oriente è una crisi localizzata (per dire, Egitto, Tunisia e Marocco, ovvero destinazioni turistiche importanti, non sono state finora toccate)
non è l’Afghanistan del 2001 né l’Iraq del 2003, niente “boots on the ground”, quindi non ci vorrà molto a disinnescarla
le destinazioni coinvolte (Emirati, Bahrein, Qatar, Oman, Saudi Arabia) sono turisticamente “giovani” e hanno enormi mezzi a disposizione, soprattutto come soft-power: appena terminate le ostilità, saremo sommersi da messaggi positivi e testimonianze a favore della ripresa
la percezione di sicurezza si guadagna in decenni e non si perde in pochi mesi: prendiamo Dubai, per dire, che era considerato uno dei Paesi più sicuri al mondo, solo tre settimane fa: perché non dovrebbe tornare a esserlo, a breve?!
A marzo 2027 Emirates, Qatar, Etihad & C. faranno numeri record. Scommettiamo?

 

whatsup436 q“Il flop dei negozi senza cassa. Ma è solo una battuta d’arresto” è l’icastico titolo di un pezzo di ItaliaOggi del 24 marzo 2026, in controtendenza al comune entusiasmo per tutto quello che è automatico, digitale, non-umano. I negozi “Shop and Go” hanno rappresentato un modello di vendita innovativo e totalmente automatizzato, grazie all’AI, che avrebbe dovuto rivoluzionare la grande distribuzione. Insegne come Aldi e Amazon (il negozio Amazon Go è descritto in questo studio dell’Harvard Business School) hanno interrotto i test dopo aver riscontrato costi gestionali e infrastrutturali enormi (sensori e AI), difficili da ammortizzare in un settore dai margini ridotti. La principale criticità risiede proprio nella difficoltà di far pagare i prodotti acquistati senza passare dalla cassa tradizionale (negozi “just walk out”), ma tramite sensori e codici a barre. Ciò a causa di tre fattori essenziali:

disagio del cliente: l'obbligo di scaricare app dedicate scoraggia l'ingresso, mentre l'assenza di uno scontrino immediato genera incertezza e sfiducia

falso automatismo: è emersa la necessità di un massiccio intervento umano “dietro le quinte” per monitorare i processi e assistere gli utenti smarriti

- esperienza d'acquisto mutilata: non poter controllare il conto finale toglie una fase essenziale della customer experience, lasciando l'utente a disagio.

Però “nonostante la battuta d'arresto, il modello resta futuribile, ma dovrà essere ricalibrato sulla reale sensibilità dei consumatori” afferma ItaliaOggi. Ecco, ci vorrà ancora qualche anno per far fuori i cassieri dei supermercati e mettere al loro posto stupidi robot umanoidi.

Il “just walk out” è applicabile nelle agenzie di viaggi, che peraltro non vendono prodotti, ma servizi? In un certo senso sì, perché quando i robot avranno diffusione planetaria, qualche titolare di agenzia proverà a metterne uno al posto del banconista… E avrà sicuramente successo, non foss’altro per la curiosità di fare il confronto tra l’umano e il non-umano. Poi, vedremo come se la caverà - il robot - col cliente che smanetta sul cellulare davanti a lui: “Eh, ma io su Booking questo villaggio a Sharm lo trovo a € 10 di meno rispetto al tuo, ahi ahi ahi".

 

whatsup432 qfebbraio 2026 il Gruppo Bluvacanze e MediaWorld hanno annunciato una partnership in base alla quale il sito “MediaWorld Viaggi in collaborazione con Bluvacanze” permette di acquistare pacchetti di viaggio, tour esperienziali, city break e proposte personalizzabili, concludendo l’acquisto online.

L’abbiamo provato, senza essere clienti MediaWorld, e abbiamo constatato che un pacchetto su Phuket (metà aprile 2026, 7 giorni da MXP, due pax, B&B al Pearl Hotel Phuket) costa esattamente lo stesso (poco meno di € 2.000) su MediaWorld Viaggi, su Bluvacanze.it e pure su “Carrefour Viaggi powered by Bluvacanze” (con la catena francese - peraltro nel frattempo uscita con disonore dall’Italia - l’accordo era stato sottoscritto nel 2023). 

Le tre piattaforme sono esattamente identiche, anche nelle penali applicate (se avessimo prenotato e pagato il 22 febbraio e cancellassimo nei successivi 40 giorni, perderemmo € 1.780, cioè il 90% di quanto versato). Per prenotare è necessario compilare un form che comprende le seguenti informazioni (tutte obbligatorie): titolo, nome, cognome, nazionalità, indirizzo postale, indirizzo email, telefono fisso, telefono mobile, data di nascita e codice fiscale. Oltre a dover accettare l’invio di “comunicazioni promozionali di prodotti e/o servizi analoghi a quelli acquistati, senza necessità di ulteriore consenso”. 

Premesso che tutte le operazioni b2c che coinvolgono più canali (digitale e fisico, retail e GDO) sono apprezzabili, purtuttavia rimango della mia idea, la stessa da anni, ovvero che vendere viaggi e vendere altro - scatolette di tonno in Conad, Carrefour, Coop e ora telefonini e tv in MediaWorld - siano due cose radicalmente diverse. 

Per tre semplici ragioni:

1. Al supermercato si comprano beni di consumo, non cose costose - Comprare una vacanza non è un acquisto d'impulso (“acquisto non programmato, ovvero effettuato in funzione di uno stimolo improvviso che non tiene conto della convenienza e dell’utilità” - cit. Wikipedia) né economico, quindi non paragonabile allo scontrino della spesa: se il carrello si riempie con 100, massimo 150 euro, la predisposizione a spendere è quella lì. Una vacanza costa 10 o 20 volte tanto, quindi l’unica leva che può convincere il consumatore a comprare al supermercato (quindi non in agenzia, e neppure on line) è il prezzo. Sappiamo tutti che i pacchetti nei supermercati costano lo stesso che in altri canali (gruppi e promozioni a parte, ovviamente).

2. Nei centri commerciali sono quasi sparite le agenzie di viaggi (e pure gli Smartbox) - Non dimenticherò mai le file di clienti col numerino in mano (!) che attendevano di essere serviti nell’agenzia di viaggi del mega-centro commerciale Fiordaliso di Rozzano (Milano): venticinque anni fa, sull’onda della rivoluzione introdotta proprio dalla “prima” Bluvacanze, la gente faceva a botte per comprare un viaggio scontato del 10%. Poi è arrivato il web, i telefonini, Ryanair e Booking.com, e le agenzie sono quasi sparite dai centri commerciali. E una brutta fine hanno fatto anche i cofanetti regalo tipo Smartbox, che una decina d’anni fa avevano invaso gli stessi centri commerciali e pure le agenzie di viaggi: oggi occupano qualche timido box vicino alle casse, in librerie e supermercati. Morale? Viaggi e vacanze ora si comprano on line, oppure in agenzia: gli altri canali sono residuali.

3. Alle agenzie non dà fastidio e Bluvacanze si procura “lead" - Sono passati i tempi delle agenzie di viaggi che boicottavano t.o. e network che vendevano su altri canali. Ormai tutti fanno tutto (le agenzie vivono di 74ter, peraltro) quindi l’operazione Bluvacanze, simile a quella di Welcome Travel con Conad nel 2024, non darà fastidio più di tanto. 

Tutto ciò considerato, fa bene Bluvacanze a promuovere viaggi su MediaWorld? Certo, perché qualcuno che in agenzia non sarebbe mai entrato oppure non conosce il sito Bluvacanze lo trova sicuramente. Tecnicamente, è un “lead”, ovvero un potenziale cliente, non più un generico utente-consumatore, perché ha già manifestato interesse per il marchio o per il servizio proposto (quindi vale soldoni). Fa bene MediaWorld a valersi di Bluvacanze per promuovere viaggi? Certo, è un servizio in più offerto a chi conosce il megastore e magari è contento del TV che ci ha appena comprato. Anche perché questa operazione a MediaWorld non costa nulla e magari ci guadagna pure qualcosa con le commissioni. 

A latere, sapete a chi appartiene MediaWorld? Lo spiega Il Sole 24Ore a dicembre 2025: JD.com - gigante cinese dell’e-commerce e relativa logistica, terzo nel mondo dietro ad Amazon e Alibaba, sede a Pechino - controlla l’85,2%, ovvero la schiacciante maggioranza di Ceconomy AG (quella che fino al 2016 si chiamava Metro), catena tedesca specializzata nell’elettronica di consumo, proprietaria delle insegne MediaMarkt, Saturn e appunto MediaWorld (144 negozi solo in Italia). Quindi, la controparte di Bluvacanze non è tedesca, ma cinese: in tempi di mercato globale, qualcosa cambia...